A cosa servono i riti iniziatici?
Van Gennep osserva che i riti di passaggio hanno una struttura schematica precisa e ricorrente che egli definisce schema dei riti di passaggio: lo schema completo dei riti di passaggio comporta in teoria dei riti preliminari (separazione), liminari (margine) e postliminari (aggregazione). Ad esempio nelle società primitive il giovane maschio solitamente è separato dalla famiglia in modo più o meno violento, sottoposto a prove e torture, e infine reinserito nella comunità.
Le tre fasi hanno un preciso significato simbolico. La separazione ha la funzione di tagliare i legami con il mondo quotidiano e introdurre in una dimensione diversa, sconosciuta, a volte inospitale ma densa di significati: «L’universo in cui penetrano ora i novizi è quello del mondo sacro. Tra i due c’è rottura, soluzione di continuità. Il passaggio dal mondo profano al mondo sacro implica in un certo modo o nell’altro l’esperienza della Morte: si muore ad un’esistenza per accedere a un’altra»
Questa dimensione è di margine, di attesa, ed è caratterizzata da prove e torture, episodi più o meno drammatici, in cui viene rivelata al giovane la mitologia del gruppo di appartenenza, cioè l’insieme di credenze sull’uomo e il mondo che fondano il modo di vivere e di convivere di quel gruppo stesso: «L’iniziazione introduce il novizio nella comunità umana e insieme nel mondo dei valori spirituali. Egli apprende i comportamenti, le tecniche e le istituzioni degli adulti, ma ancora i miti e le tradizioni sacre della tribù, i nomi degli dèi e la storia delle loro opere».
Avvenuto questo, il giovane viene riportato nella comunità e considerato adulto.
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