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Come Kalo Dant giunse al settimo mondo - racconto Zigano






C’era una volta un giovane zigano che si chiamava Kalo Dant. Da quando era nato non aveva fatto altro che girare per il mondo con la propria tribù; così, avvivato a vent’anni di età, aveva visto tanti e poi tanti paesi stranieri da chiedersi se ne esistessero altri; non solo, ma era sicuro che prima o poi la tribù avrebbe raggiunto la fine del mondo. Kalo Dant era un giovanotto curioso, gli piaceva viaggiare e voleva vedere sempre qualcosa di nuovo. Un giorno, seppe che esistevano sette mondi simili al nostro. Contentissimo, disse fra sé: “ Bene! Almeno quando sarò arrivato alla fine del mondo non dovrò tornare indietro “. E cominciò a chiedere qua e là, a interrogare la gente per sapere come si faceva ad arrivare in quei mondi che stanno sopra il nostro. Gli zigani si burlavano di lui.
- Nessuno può andare nei mondi sopra il nostro perché sono separati l’uno dall’altro da volte celesti dure come la pietra.
Un tempo, quando il Buon Dio si era adirato con gli zigani cacciandoli dal loro paese, aveva anche allontanato il cielo dalla terra, ed è per questo che il cielo è così alto.
- Vedi come è alto il cielo? – dicevano gli Zigani a Kalo Dant levando il braccio. – Solo un uccello può salire fin lassù. E anche l’uccello si spezzerebbe le ali contro la volta celeste.
Un giorno, il giovanotto stava sdraiato su un prato e, masticando un filo d’erba, guardava il cielo e pensava: “ Va bene: il cielo è altissimo; ma vi sono montagne così alte che le loro cime si perdono fra le nubi. Se io salissi su quelle cime, la mia testa si troverebbe o no nel mondo sopra il nostro? “. Quest’idea gli sembrò giusta, anzi giustissima. Non la confidò a nessuno e decise di andare alla ricerca della montagna più alta, di scalarla e di vedere se poteva raggiungere l’altro mondo. Preparò la sua roba, che stava tutta in un fagotto, scivolò fuori dell’accampamento e si diresse verso una montagna così alta che la sua cima si perdeva fra le nubi. Giunto ai suoi piedi cominciò la scalata. La salita era ripida, il terreno scosceso, ma Kalo Dant saltava come un camoscio da una roccia all’altra, oltre i crepacci, poiché era giovane ed agile. Alla fine, giunto lassù, si guardò intorno e si accorse di essere immerso fino alla cintura in una bruma bianca: doveva essere arrivato fra le nuvole! Tese la mano sperando di toccare la volta celeste, ma la mano non trovò niente di solido. E poiché la nebbia gli impediva di vedere bene, ebbe paura di cadere in una voragine e decise di riposarsi un po’. Si sedette e si addormentò. Quando si svegliò, la bruma si era dissipata. Ma quel che Kalo Dant vedeva intorno a sé era un mondo deserto e triste: né un albero, né un cespuglio, né un fiore: nemmeno uno: solo picchi e rocce, brulli e neri. Si alzò per andare un po’ più lontano quando, ad un tratto, vide un albero. Bene: in fin dei conti, qualcosa nasceva, in quel paese. Ma com’era strano, quell’albero! Si innalzava, sottile e dritto, nel cielo, e Kalo Dan aveva un bel piegare la testa all’indietro: non riusciva a vedere la cima, e neppure un ramo o una foglia.
- Proviamo ad arrampicarci – borbotto fra sé.
Detto fatto si arrampicò; e, salì, sali, ad un certo momento si fermò per riprendere fiato. Alzò la testa. Il cielo era quasi a portata di mano, ma Kalo Dant non vedeva ancora la cima dell’albero. Vide, però, un’altra cosa. Sorpreso, batté le palpebre, si stropicciò gli occhi arrossati e mezzo accecati dal sole che sembrava ardere proprio l’, vicino alla sua testa, ma continuò a vedere la cosa. Era una … pantofola! Ma una pantofola qualsiasi, vecchia e sformata. E stava forse per aria come un palloncino. Era attaccata a qualche cosa? No: quella pantofola era infilata su un piede, un piede d’uomo, un piede nudo e nero che somigliava come un fratello a quelli di Kalo Dant
Kalo Dant alzò ancora di più la testa e riuscì a vedere uno zigano seduto nell’aria. Questa scoperta lo tranquillizzò al punto che si permise di fare una smorfia al suo paesano; e costui sorrise allegramente e gli disse:
- Ce ne hai messo di tempo, eh! Credevo che non saresti mai arrivato fin qui, Kalo Dant.
- Come? Mi conosci?
- Certo, giacché ti aspettavo.
- Perché?
- So che ti sei messo in testa di visitare il mondo al di sopra del mostro e ho deciso di aiutarti.
- E perché?
Kalo Dant non si era ancora ripreso dallo sbalordimento.
- Perché mi conviene di più che sorvegli continuamente per paura che tu cada e ti rompa l’osso del collo – rispose l’altro un po’ brusco. – Il fatto è che io sono il tuo angelo custode.
- Questa è bella! – esclamò il giovanotto. – E dove hai messo le ali?
- Noialtri angeli custodi degli zigani non portiamo le ali attaccate alle spalle come gli angeli dei bianchi – spiegò l’angelo nero. – noi le abbiamo ai piedi.
Kalo Dant guardò con curiosità il piede nudo nella pantofola: notò che per un piede d’angelo la pulizia lasciava un po’ a desiderare, ma a parte questo non vide nient'altro.
- Ecco la mia ala – disse l’angelo facendo dondolare la pantofola sul ditone del piede. – Non è una pantofola ordinaria anche se è un po’ sbertucciata. Sono già duemila anni che la porto, e … si vede. Però è una pantofola magica, e mi porta dappertutto dove voglio, sulla terra o nell’aria; e va più forte dell’uccello più veloce.
- Ecco che cosa mi ci vorrebbe – disse Kalo Dant con un sospiro.
- Te la presto – propose l’angelo. – Ma devi promettermi una cosa: appena arrivato nell’altro mondo, te la levi e me la butti: senza pantofola non posso lavorare.
Kalo Dant si affrettò a promettere. Allora l’angelo nero allungò la gamba e Kalo Dant gli levò la pantofola e se la infilò; ma non aveva quasi fatto a tempo di toccarla col piede, che cominciò a salire, e a salire così rapidamente da perdere il fiato … a un tratto si fermò: sentì la terra ferma sotto i piedi, e subito dopo vide gente accorrere da tutte le parti verso di lui … erano zigani. Avevano tutti occhi neri, scintillanti, e capelli ricciuti; e c’erano molti bambini, fra loro. Kalo Dant voleva bene ai bambini. Cominciò a frugarsi in tasca alla ricerca di una caramella dimenticata, di un bottone colorato o almeno di un pezzetto di carta … non trovò niente. In quel momento si ricordò della promessa fatta all’angelo e subito gettò via la pantofola. I ragazzi, gridando di gioia, vi si gettarono sopra pensando che lo sconosciuto gliel’avesse regalata per giocare. Ma la pantofola magica sgusciò come un serpente fra le loro manine brune, e scomparve in un batter d’occhio. I ragazzi rimasero mortificati, e Kalo Dant cercò di spiegare che non aveva proprio colpa della fuga della pantofola, ma si accorse che loro non capivano nemmeno mezza parola di quello che diceva. Gli zigani che lo circondavano da ogni parte parlavano una lingua che egli non conosceva. Per fortuna erano lo stesso molto gentili: gli battevano sulle spalle, gli sorridevano allegramente e, infine, a forza di cenni, lo invitarono a seguirli fino ad una casetta di legno circondata da un minuscolo giardino. Nel giardino, su una panca, stava seduto un vecchio zigano. Doveva essere molto vecchio perché il suo viso era solcato da rughe profonde e la sua pelle assomigliava ad una pergamena ingiallita. Aveva i capelli e la barba lunghi e bianchi come il latte, ma nei suoi occhi neri brillava ancora una fiamma giovanile. Quando gli zigani si fermarono davanti a lui, egli si alzò, sorrise e disse:
- Benvenuto, straniero!
- Tu parli la mia lingua, nonnino? – domandò Kalo Dant tutto commosso.
- Io parlo tante lingue quanti sono gli anni che ho vissuto – rispose il vecchio. – E siccome ho novantanove anni, parlo novantanove lingue. E queste, più un’altra che non conosco ancora, sono tutte le lingue dei sette mondi.
- Qual è la lingua che non conosci ancora?
- Quella degli uccelli, figliolo. È la più bella e la più difficile di tutte. Entro un anno, quando avrò compiuto il secolo, conoscerò anche lingua degli uccelli … e tu? Dimmi: da dove vieni?
Kalo Dant gli spiegò per filo e per segno donde era venuto e con quale mezzo. Il vecchio quando egli ebbe terminato, gli disse:
- La curiosità è il primo piolo della scala che si chiama conoscenza. Dato che sei qui prova, dunque, ad imparare qualcosa.
- Volentieri – rispose il giovanotto. – E io credo che tu sia l’uomo che potrebbe insegnarmi molte cose. Potrei restare un po’ con te? Non temere: non sarò una bocca inutile: lavorerò.
Il vecchio acconsentì e Kalo Dant rimase con lui. Il mattino dopo, il giovanotto si accorse che la catasta di legna da ardere, ammonticchiata nel cortile, stava per terminare, perciò propose al vecchio di andare a tagliarne un po’, nel bosco.
- Va bene, figliolo … ma dovresti, prima, imparare il linguaggio degli alberi.
- Perché? Gli alberi parlano?
- Ma certo. Solo, parlano una lingua silenziosa che gli uomini non sentono. Gli alberi che parlano sono vivi, mentre quelli che non parlano più sono morti; noi abbiamo il diritto di tagliare soltanto questi. Andiamo, ti accompagno nella foresta e ti faccio vedere quali puoi tagliare e quali bisogna lasciar vivere.
Andarono nel bosco. Il vecchio zigano aveva detto la verità. Quando rivolgeva la parola agli alberi, alcuni gli rispondevano, altri restavano muti; e questi Kalo Dant li tagliava. Così mentre il giovanotto si dava da fare con la scure, il vecchio gli insegnava la lingua degli alberi. Kalo Dant visse un anno col vecchio zigano e imparò una quantità di cose. Ma un giorno il vecchio gli disse:
- Caro figliolo, quello che ti ho insegnato ormai lo sai, ed io non posso fare più niente, per te, perché la mia ora è venuta. Oggi compio cent’anni e conosco, ora, la centesima ed ultima lingua, quella degli uccelli. Perciò devi lasciarmi e tornare a casa tua.
- Perché doveri andare a casa? – domandò Kalo Dant tristemente. – Siccome sono già qui, avrei meno strada da fare per andare a vedere i mondi sopra il nostro. E non vorrei tornare indietro prima di averli visti tutti. Non potresti darmi un altro consiglio, nonnino? Come posso fare per andare negli altri mondi?
- Perché no? – rispose il vecchio, - Ti darò il mio ultimo consiglio, ma non so se ti sarà molto utile. Attraversa la foresta: troverai un prato: siediti e aspetta. Vedrai che è un lungo deserto e che i passanti sono rari. Tuttavia, se capita qualcuno, costui potrà dirti senz’altro come si fa per andare negli altri mondi.
Kalo Dant ringraziò il vecchio, lo salutò e si mise in cammino. Attraverso la foresta, giunse sul prato, si sedette e si mise ad aspettare. Ma nessuno passava. Cadde la notte, il giovanotto si sdraiò sull’erba, dormì, si risvegliò la mattina dopo … e ancora. Continuò ad aspettare, e la giornata trascorse senza che un’anima si facesse viva. E così fu l'indomani. Il terzo giorno, Kalo Dant era mezzo morto di fame; ma preferiva morire che tornarsene a casa con le pive nel sacco. Si buttò giù fra l’erba e chiuse gli occhi. A un tratto sentì una voce.
- Alzati, Kalo Dant!
Spaventato, balzò in piedi e vide un vegliardo vestito di bianco, con una unga barba, anch’essa bianca. Alla sua vista una gran paura invase lo zigano che si mise in ginocchio e abbassò il capo.
- Allora, ti sei proprio messo in mente di visitare tutti i miei mondi? – disse l’augusto vegliardo in tono severo. – E non ti è mai venuta l’idea, sciagurato mortale, che se io ho separato i mondi per impedirvi ( si, proprio a voialtri umani ) di correre dall’uno all’altro, sapevo quel che facevo?
Kalo Dant comprese allora di trovarsi di fronte al Creatore dei sette mondi. Restò un momento zitto, poi rispose:
- La curiosità è una gran brutta cosa, Signore … è come la sete. Se l’uomo non vuole morire di sete, deve scavare un pozzo nella terra. Qualcuno è in gamba: sa dove trovare l’acqua e ha gli arnesi adatti per scavare … qualcun altro è un po’ più tonto, non sa nulla e non ha arnesi. Ma ha sete anche lui, e se non ha arnesi si mette a scavare con le mani nude.
- Hai detto bene, Kalo Dant – disse il vegliardo. – Certo, voialtri umani siete molto curiosi, ma avete ragione. Chi non domanda niente, non impara niente, chi non cerca, non trova … tu hai domandato e hai cercato: così, mi piace, e voglio aiutarti. Sta attento a quel che ti dirò e rifletti prima di rispondere. Ti do il permesso di visitare tutti e sette i mondi, ma non ti aiuterò a tornare indietro. Dovrai cavartela da solo. Sei d’accordo?
- Si.
Allora il vegliardo alzò la mano, e Kalo Dant cominciò a sollevarsi, salendo nell’aria, sempre più lontano, sempre più alto. Così atterrò nel terzo mondo. Girovagò per un po’ di tempo, guardò, ma siccome si accorse subito che non era molto diverso dal primo e dal secondo. Ebbe soltanto l’impressione che fosse meno popolato degli altri due perché incontrò pochissima gente. Quando arrivò al quarto mondo, lo trovò ancora più deserto. Nel quinto e nel sesto ebbe la prova che più un mondo è alto meno gente ci vive. Alla fine, Kalo Dant arrivò nel settimo ed ultimo mondo dove non trovò nessuno: era fatto solo di montagne e di rocce deserte, di fitte foreste che si estendevano a perdita d’occhio e di grandi pascoli percorsi da mandre sorvolate da stormi di uccelli di ogni colore. In nessun altro dei mondi sottostanti Kalo Dant aveva visto tanti uccelli. Ma c’erano anche nubi d’insetti che volavano raso terra ronzando e pungendo con tanta insistenza che Kalo Dant non aveva più la forza di scacciarli. “ E chi ha voglia di restare qui ! … “ borbottò fra sé; e in quel momento si accorse di non sapere come tornare. Aveva caldo. Il sole era sospeso molto vicino alla sua testa e bruciava così forte che il giovanotto finì col levarsi prima la camicia e dopo, pian piano, anche tutto il resto dei vestiti. Poi, tutto nudo come il Buon Dio l’aveva fatto, si sdraiò all’ombra di un grande albero. Mentre se ne stava lì, ad occhi chiusi, ebbe l’impressione che il cielo si fosse oscurato. Alzò la testa e vide una nuvola rosso cupa passare sulla palla infuocata del sole: “ Meno male, ora piove “ disse fra sé con un sospiro. Infatti, dopo qualche minuto, sentì la prima goccia sul viso. Ma che pioggia strana! L’acqua era così calda che Kalo Dant ne fu quasi scottato. Balzò in piedi per trovare un riparo contro quella doccia bollente. L’albero sotto il quale si trovava aveva una chioma molto fitta, allora Kalo Dant vi si arrampicò e si nascose tra il fogliame. A un tratto sentì un pigolio lamentoso, guardò verso la cima e vi scorse un grande nido.
- Si capisce che piangono, poveri uccellini! – esclamò. – Questa pioggia bollente li ucciderà.
Rapidamente si arrampicò fin lassù e trovò nel nido sette uccellini, piuttosto grossi ma ancora implumi. Coprì il nido con la camicia e si sistemò alla meglio fra i rami per attendere la fine del temporale. Terminato l’acquazzone, Kalo Dant tese la mano per riprendere la camicia, e proprio in quel momento vide un grosso uccello nero che volteggiava al d sopra dell’albero. L’apertura delle sue ali era così ampia da nascondere completamente il sole. L’uccello si posò sull’orlo del nido e disse con voce umana:
- Grazie d’aver salvato i miei figlioli. Tu sei arrivato nel regno degli uccelli di cui io sono il re. Che cosa posso fare per dimostrarti la mia gratitudine?
- La cosa che mi preme di più è sapere in che modo si può andar via di qui. Non potresti trasportarmi in un di quei mond laggiù, dove vivono gli uomini?
- Purtroppo no – rispose il re degli uccelli. – Ma posso darti uno dei miei sudditi: il drago Sarcagno. Ti porterà lui. Scendi dall’albero: ti ci accompagno.
Quando Kalo Dant fu per terra, il re degli uccelli volò al di sopra della sua testa e gli disse:
- Strappa una penna dalla mia coda.
Il giovanotto strappò la penna, e il re degli uccelli si innalzò nell’aria e gli mostro la strada. Poco dopo, lo zigano si trovò davanti a una montagna, su un prato nel quale pascolava un armento. Il re degli uccelli scese di nuovo e disse:
- Ecco la montagna di sale. Qui c’è una grotta nella quale vive Sarcagno. Quella mandria è sua. Va' alla grotta e chiama Sarcagno per nome. Quando uscirà, ordinagli di ammazzare tutto il bestiame; dopo devi spellare le bestie, devi pulirle delle interiora, tagliarle a pezzi e salare la carne. Poi va' nella foresta e rifornisciti di tanto legno quando basta per fare due grandi barili. Uno lo riempi di carne salata, l’altro di acqua fresca. Infine appendi i due barili ad una lunga pertica che metterai sul collo di Sarcagno, come un gioco. Dopodiché sali anche tu sul collo del drago, nel mezzo della pertica, e Sarcagno ti trasporterà nei mondi laggiù, dove vorrai.
- Anche nel mondo più basso? – domandò Kalo Dant che non aveva più voglia di viaggiare e voleva tornare a casa.
- Si, anche nel più basso. E se per caso il drago non volesse obbedire, dagli un colpettino con la mia penna … ma basta fargliela vedere, per domarlo.
Detto questo, il re degli uccelli salutò Kalo Dant e volò via. Il giovanotto andò alla grotta e chiamò per nome il drago. Sarcagno si slanciò verso l’apertura: aveva un aspetto terribile; era lungo cinque metri dalla testa alla coda, e sputava fuoco dalle narici. Fino allora nessun drago era vissuto nel nostro mondo e senza Kalo Dant nessun drago sarebbe mai venuto. Quando lo zigano vide Sarcagno ebbe paura: bisogna dire, però, che il drago non era bello davvero. Non solo; non aveva nemmeno l’aria soddisfatta, proprio per niente. Ma appena vide la penna del re degli uccelli, disse gentilmente:
- Sono il tuo servo. Comanda e obbedirò.
Kalo Dant gli ordinò di fare quello che aveva suggerito il re; lo aiutò ad ammazzare le bestie e, lavorando, divennero amici. Quando ebbero una bella provvista di carne, lo zigano fabbricò i due barili e ne riempì uno di carne e uno di acqua fresca. Poi ordinò al drago di trasportarlo nel mondo più basso.
- E’ molto lontano … - protestò il mostro con voce sibilante.
Allora Kalo dant gli diede un colpettino di penna sulla schiena che lo calmò immediatamente. Poterono così mettersi in viaggio. Il viaggio fu lungo, molto lungo. Prima di tutto il drago doveva percorrere le grandi distanze che separavano un mondo dall’altro, poi doveva perder tempo a cercare, nelle volte celesti, una breccia fatta da qualche montagna. Per fortuna i due viaggiatori avevano portato con sé abbastanza carne e acqua, perché il mostro aveva sempre fame o sete. Allora Kalo Dant doveva pescare un pezzo di carne dal barile e metterglielo in bocca, oppure inclinare l’alto barile affinché Sarcagno potesse bere. Quando i due barili furono vuoti, Sarcagno cominciò ad agitarsi, adar grandi colpi di coda, e Kalo Dant aveva il suo daffare per non cadere: capì che il mostro faceva apposta ed ebbe una bella paura, ma poi si rammendò della penna del re degli uccelli, la tirò fuori e gli dette qualche colpettino sulla schiena. Immediatamente il drago ridiventò docile e continuò a volare dritto dritto. Ma tutto finisce, e un bel giorno, quando Kalo Dant guardò verso il basso, vide un paese che riconobbe subito: era il posto dal quale aveva cominciato a scalare la montagna. Sarcagno si posò, il giovanotto scese dalla cavalcatura e, dandole un affettuoso colpo sul collo, s lasciò sfuggire un gran sospiro di sollievo.
- Eccomi a casa, finalmente!
- Parla per te – gridò il drago, furioso. – Tu sei a casa tua, ma io no.
- E allora? Non devi far altro che tornarci subito … e tutti pari.
- Già! Ma come faccio?
- Che domande! Hai le ali, la strada la conosci …
Sarcagno domandò:
- Mi dai la carne e l’acqua per il viaggio?
Kalo Dant si gratto la testa, proprio dietro l’orecchio: dove trovare tutta la carne di cui il bestione avrebbe avuto bisogno per il viaggio? Nel nostro mondo la carne non si trova facilmente come nel suo, e nel paese in cui abitava lo zigano tutto il bestiame apparteneva ai contadini, e i contadini non regalano niente a nessuno. Quando gli zigani, che sono poveri, di tempo in tempo li liberano, come si dice, di qualche montone, i contadini corrono subito dalle guardie. Che cosa avrebbe fatto se Kalo Dant li avesse derubati di tutto il bestiame necessario per sfamare il drago durante il lungo viaggio?
- Senti – disse dopo averci pensato su. – Aspettami qui. Vado dai miei amici a sentire come posso procurarmi la carne.
Ma Sarcagno non era soddisfatto.
- Non ho voglia di stare solo, qui perché in questo mondo non mi ci trovo proprio. E poi, ho una fame che mangerei anche una mandria tutta intera. Subito.
- Abbi un po’ di pazienza … sentì: qui sulla montagna c’è una grande caverna: io ti ci accompagno e tu mi aspetti buono buono … e non uscire, mi raccomando: spaventeresti la gente.
Sarcagno non ci voleva stare a nessun patto, ma Kalo Dant si arrabbiò e lo minacciò con la penna, allora il drago si decise da bravo, e si ritirò nella grotta, promettendo di aspettare il suo ritorno. Come mantenne la sua promessa Kalo Dant? Ce lo dirà la prossima storia.



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