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Globalizzazione e cultura dell'infanzia






La globalizzazione potrebbe portare a un’inappropriata forma di colonialismo culturale da parte dei valori occidentali: questo porterebbe a una sicura ricaduta sulle pratiche di accudimento dei bambini nelle culture non occidentali e l’imposizione di un modello di salute mentale che è fondato sull’individualismo e l’ambivalenza; Sami Timimi, psichiatra, in un articolo sul British Medical Journal ricorda invece che i valori delle altre culture, come la responsabilità sociale e l’orientamento comunitario, possono essere un apporto prezioso.

La globalizzazione sta per l'appunto diffondendo la cultura occidentale e i suoi valori, con la tacita assunzione della loro superiorità; la società occidentale poggia su alcuni capisaldi indiscussi legati ai modelli dell'economia di mercato: da qui lo spiccato individualismo delle società industriali.I valori di mercato e i suoi risvolti consumistici, secondo la Timimi, hanno inoltre portato l’occidente a una vera ossessione per lo “sviluppo”: la crescita e l’espansione illimitata, indispensabile al sistema per funzionare, non ha portato però a un aumento della felicità, anzi, indebolendo la coesione sociale ha creato una nuova fonte di inquietudine.

Nelle società non occidentali, invece, possono trovarsi valori fortemente incentrati non sul singolo ma sulla famiglia e sulla condivisione delle responsabilità.

Tutto questo si ripercuote in profondità sulla visione di come un bambino va cresciuto e accudito. Nel mondo occidentale, le rappresentazioni dell’infanzia ci mostrano immagini ambivalenti, bambini come vittime oppure come trasgressori: quasi che la forte dipendenza naturale del bambino sia vissuta come destabilizzante per un sistema di valori fondato sulle libertà individuali dai vincoli. Tale ambivalenza non è presente nelle società non occidentali, dove i bambini vengono accettati nel loro bisogno di dipendere ed essere accuditi, e sono cresciuti con contenimento ed empatia, ma anche con una più precoce richiesta di partecipazione attiva ai doveri e ai ruoli della società. È triste constatare, afferma la Timimi, che il modello di infanzia viene invece proposto dai grandi organismi internazionali come “una nozione fissa, determinata da fatti biologici e psicologici, piuttosto che dalla cultura e dalla società”. Questo ha già portato alcuni paesi non occidentali a promuovere e adottare come “migliori” gli approcci e le ideologie dei paesi “sviluppati” sull’educazione dei giovani, ignorando aspetti come la crescente quota di disagio infantile e giovanile che le società industriali invece presentano.

Anche il concetto di salute mentale non può essere considerato come un dato assoluto che prescinde dal contesto sociale. L’imposizione al resto del mondo dell’approccio tradizionale psichiatrico ha portano a generare nuove categorie di disturbi nella neuropsichiatria evolutiva, e ad esportare le nostre credenze su quali debba essere la “normalità” psicologica e comportamentale. La conseguenza è l’inclusione di ampie quote della popolazione infantile di culture diverse nei gruppi diagnostici della malattia mentale, e l’uso sempre più esteso della medicalizzazione per chi non esprime valori omologati alla nostra cultura. La chiave diagnostica individuale non solo può far sottovalutare le oggettive condizioni difficili di vita che questi bambini devono affrontare, ma anche porta alla lunga all’abbandono di approcci di tradizione locale per la gestione del disagio mentale, dai quali anche l’occidente potrebbe imparare nozioni preziose.

”La mancanza di consapevolezza riguardo agli approcci non-occidentali all’infanzia”, afferma la Timimi, priva l’Occidente di una ricca fonte di strategie alternative”. E aggiunge: “culture diverse hanno versioni differenti, ma ugualmente sane, di sviluppo infantile, che hanno il potenziale di ridurre le patologizzazione dell’infanzia nella pratica medica occidentale”. La capacità di confortare e guarire il bambino che questi Paesi mostrano, ad esempio, dovrebbe essere riconosciuta e condivisa, come anche concetti di salute basati sull’armonia e l’equilibrio non solo interiore ma anche con il sistema intorno a noi. La comprensione della relatività dei nostri valori è un primo passo per avviare un autentico scambio e una condivisione che non può che arricchire le diverse culture.

Fonte: Timimi S. Effect of globalisation on children’s mental health. BMJ 2005;331:37-39.



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