Juan Pablo Buscarini, autore argentino pluripremiato in patria e non come regista e produttore, ha trasformato la leggenda biblica del diluvio universale nell'ennesimo fil d'animazione, L'arca di Noè.
Le vicende le conosciamo tutti: da un lato abbiamo infatti il buon Noè che, tra una moglie più accondiscendente che solidale e tre nuore che, oltre a considerarlo completamente rimbambito, altro non fanno che litigare tra loro, si accinge alla titanica impresa di costruire la salvifica imbarcazione con le sole proprie forze (i figli sono infatti impegnati a decidere la meta di quella che considerano una crociera di piacere), ma dall'altro abbiamo il regno animale che, messo in allarme da una colomba non particolarmente abile nel volo, deve decidere se fidarsi dell'avvertimento umano, e quindi rispondere all'adunata, ma soprattutto deve designare un leader a cui fare riferimento. Il problema è che l'erede al trono, un immancabile leone, non rappresenta certo un fulgido esempio di regalità, dedito com'è alla messa in piega della sua criniera e a subire rinvigorenti massaggi da parte della scimmia Divina (nonostante il nome ingannevole, di sesso maschile). Non sono quindi troppo da biasimare l'unicorno ed altri animali fantastici che, convinti che il rimedio sarebbe stato peggiore del male, hanno però condannato se stessi all'estinzione rinunciando a seguire il poco promettente rampollo; eppure, sebbene reticente, il giovane Katanga dovrà alla fine guidare il resto del suo popolo verso la salvezza. Una salvezza che però è ben lontana dall'essere raggiunta tramite il semplice gesto di salire a bordo dell'arca: una volta alla deriva in mezzo ai flutti, il retaggio dell'evoluzione si farà sentire, lasciando gli inermi erbivori alla mercè delle esigenze del gradino superiore della catena alimentare. Si preannunciano tempi duri per l'impreparato Katanga, per sua fortuna (anche se in un primo momento egli stesso stenterà a riconoscerla tale) coadiuvato dall'efficiente e un po' maestrina Karaley, da sempre innamorata del principe ma altrettanto da sempre ignorata per via delle sue forme un po' troppo generose. Una storia di convivenza dunque, dove la difficoltà di accettare se stessi quanto gli altri si intreccia con la necessità, anzi l'imperativo, di collaborare, pena una fine tristemente ingloriosa.
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