Mitologia comparata e fiabe
La teoria del Grimm, che le favole con episodi comuni fossero essenzialmente indoeuropee, fu ripresa successivamente attraverso lo studio della filologia comparata. La scoperta dei nessi glottologici fu per quegli studiosi la chiave che apriva i misteri del passato.
Attraverso il Rig Veda potevano risalire a 35 secoli addietro; quanto bastava per avere elementi precisi sulla vita degli indoeuropei. Non si prendeva in considerazione il fatto che il Rig Veda era un'opera in sanscrito composta da un sacerdozio dottissimo, che evidentemente si dilettava di esprimere ogni cosa in via metaforica. Sulla base di questa straordinaria opera degli antichi sacerdoti dell'India, si costruì la teoria che gli indoeuropei originari usassero nella loro vita quotidiana proprio lo stesso linguaggio esoterico, e che in questo modo fossero sorti i miti e le leggende degli indoeuropei. I significati originari erano andati smarriti o perduti, ed era compito degli studiosi il ricostruirli mediante l'analisi del Rig Veda e avvalendosi della loro scienza filologica.
Tale era il fine degli studiosi della «mitologia comparata».
Nel corso di mezzo secolo essi elaborarono un sistema sempre più complesso. Procedendo da alcune premesse fondamentali, che a quanto sembra avevano stabilito solo in base all'esame interno, eressero una struttura così fantasiosa, che il lettore moderno che si avventuri ad esaminarla comincia a dubitare della sua stessa sanità di mente. Il solo modo di dare un'idea di quest'opera è di citare alcuni degli appartenenti alla scuola. Anche se non tutti concordano in ogni dettaglio, il metodo generale risulta evidente nelle opere di Max Muller, Angelo de Gubernatis, John Fiske e Sir George Cox.
Gli appartenenti a questa scuola non credevano che le rassomiglianze delle fiabe e dei miti fossero dovute a prestiti, bensì che fossero piuttosto eredità di un comune patrimonio indoeuropeo. Secondo Cox: «Gli indizi sostanziali convergono esclusivamente su quella fonte di linguaggi mitici da cui sono sgorgate tutte le correnti della poesia epica ariana, correnti così varie nel loro carattere e tuttavia così strettamente connesse nei loro elementi costitutivi. L'identità sostanziale di storie narrate in Italia, in Norvegia, e in India, sta a provare in modo indubbio che prima della dispersione delle tribù ariane, il tesoro della mitologia era più colmo di quanto si potesse pensare in precedenza.» .
Alcune applicazioni di queste teorie appaiono chiaramente in certi passi della Zoological Mythology di Angelo de Gubernatis.
Solo intorno al 1870, dopo che ben due generazioni di studiosi fecero a gara nel tessero interpretazioni di questo genero, lo spirito tagliente di Andrew Lang chiarì a tutti il ridicolo delle conclusioni della scuola mitologica. In chiave più seria, egli così riassume le sue conclusioni:
In complesso, dunque, lo studioso dei Märchen dovrebbe evitare due errori comuni: non dovrebbe considerare le interpolazioni moderne come parte dell'essenza mitica di una storia; e non dovrebbe precipitarsi a spiegare ogni incidente come un riferimento ai fenomeni naturali dell'aurora, del tramonto, del vento, della tempesta e simili. Gli elementi che tanto comunemente vengono interpretati in questo modo, a volte altro non sono che interpolazioni moderne; più frequentemente sono relitti di antichi costumi di cui il mitologo non ha mai sentito parlare, o sopravvivenze di una condizione mentale arcaica, in cui non ha mai potuto penetrare.
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