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Sakuntala - Fiaba tibetana

Vi era un ragia, ossia un grande re, che si chiamava Dusianta e il cui regno si stendeva fino alle spiagge dei quattro mari. Un giorno, mentre cacciava nei boschi dello Himàlaya, giunse a un eremitaggio circondato da un ridente giardino con fiori bellissimi e chiare acque di ruscelli, e animali mansueti: perfino i leoni, le tigri e gli orsi vivevano mitemente perché la grande pace era nel cuore dell’eremita giungeva fino a loro.

Anche il grido delle scimmie risuonava come il mormorio di una preghiera. Dusianta ordinò al suo seguito di fermarsi ed entrò nel giardino, desideroso di far visita all’eremita. Il giardino era vuoto, ma, guardando nella casa, il ragia vide una fanciulla bellissima, simile a una dea, che gli diede il benvenuto e gli offrì acqua per lavarsi come si fa con gli ospiti. Dusianta chiese di chi fosse quell’eremitaggio, e la fanciulla rispose: - Questo è l’eremitaggio del saggio Kanda: egli si è allontanato per celebrare i sacrifici. - E tu, bella fanciulla, - proseguì il ragia, - come mai vivi in questo eremo accanto al santo uomo? - Vi è qui un vecchio sacerdote, - rispose la fanciulla, - il quale potrà dirti chi io sia, se tu vorrai ascoltarlo. Allora Dusianta si rivolse al vecchio sacerdote il quale disse:


- Grande re, un tempo vi era un principe che si chiamava Visvamitra e che, rinunciando al suo regno, volle farsi eremita. Così severe furono le sue penitenze che lo stesso dio Indra temette che quell’eremita potesse divenire più potente di lui; e allora egli chiamò la più bella danzatrice del cielo e le comandò di scendere sulla terra e di fare in modo che Visvamitra s’innamorasse di lei e, rinunciando alla sua penitenza, la facesse sua sposa. Così avvenne: Visvamitra incontrò la bellissima dea e sentì un grande amore nel cuore; e allora le propose di divenire sua moglie e di regnare con lui nel suo regno. Furono celebrate le nozze e nacque una bambina bellissima. Ma allora la dea pensò di aver adempiuto al compito affidatole da Idra e se ritornò nel ciel affidando la fanciulla ai sàkun, gli uccelli sacri dello Himàlaya, mentre Visvamitra, dolente, tornava nel suo eremitaggio. Il saggio Kanda trovò la bambina, la prese con sé e la chiamò Sakùntala perché era stata nutrita fino allora dai sacri uccelli sàkuni. E questa Sakùntala è la stessa fanciulla che ti ha dato il benvenuto.

Dusianta allora sentì un grande amore per Sakùntala, e le propose di essere la sua sposa. La fanciulla acconsentì a patto che, se fosse nato un figlio, egli sarebbe stato l’erede al trono. Furono subito celebrate le nozze e Sakùntala seguì il suo signore nei suoi padiglioni che frattanto erano stati elevati nel meraviglioso giardino. Vissero così per qualche tempo, mentre Kanda era lontano per i sacrifici. Finché un giorno Dusianta dovette tornare alla capitale e, poiché Kanda non era ancora ritornato, fu deciso che Sakùntala lo avrebbe atteso per salutarlo e che, più tardi, il suo sposo sarebbe tornato a riprenderla per condurla alla reggia. Il ragia partì con il suo seguito, e dopo qualche giorno, tornò Kanda, il quale sapeva già ogni cosa perché era un grande saggio, e disse che tutto era stato giustamente condotto. Il tempo strascorse, ma non giunse alcuna notizia di Dusianta. Nacque invece un fanciullo che recava sul corpo i segni di un imperatore nato; fu allevato nell’eremitaggio e divenne molto abile nel domare i leoni, le tigri e gli elefanti: il suo nome fu Sarvadòmana, che vuol dire Domatore di tutti. Quando il fanciullo fu divenuto giovinetto, Kanda mandò Sakùntala alla corte del ragia Dusianta con un seguito di eremiti. Dusianta aveva dimenticato le sue nozze con lei perché una principessa che voleva sposarlo gli aveva fatto un incanto di oblio. E quando vide Sakùntala non la riconobbe e chiese:
- Chi sei tu? Io non ti ho mai sposata, non ti ho mai vista.
- Grande ragia, - rispose Sakùntala, - tu pensi forse che nessuno fosse presente alle nostre nozze, ma sappi che vi era quel divino Essere che è chiuso nel cuore degli uomini, e vi erano il Sole e la Luna, e il Vento, e il Fuoco, e il Cielo, e la Terra, e le Acque, e il Signore della Morte, e il Giorno e la Notte e i Crepuscoli, e vi era la Legge del Mondo. Questi testimoni non possono essere ingannati. E qui vi è tuo figlio, simile a te.
Queste parole avevano tanta virtù di giustizia che distrussero l’incanto, la mente di Dusianta s'aprì, ed egli riconobbe la sposa e il figlio chiedendo perdono a Sakùntala, la quale gli stava dinanzi con le mani giunte, felice della sua venuta





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