Studio del Folklore
Lo studio scientifico delle tradizioni popolari nacque intorno alla metà dell'Ottocento, e subito dette origine a dibattiti e polemiche. Fluido è infatti l'oggetto d'indagine, labili i suoi confini, precaria a volte la sua specificità. Al concetto di folklore sono state dedicate pagine e pagine .
Antonio Gramsci lo identifica come la visione del mondo delle classi subalterne ed esorta a non considerarlo «bizzarria, una stranezza o un elemento pittoresco, ma come una cosa che è molto seria e da prendere sul serio» ;
Jakobson ne evidenzia acutamente la specificità. Nel saggio "Il folklore, forma di creazione autonoma", Jakobson nota che l'arte e la letteratura popolare non nascono se non quando sono accettate dal gruppo. Il folklore è una creazione collettiva, ma non nel senso che è a più voci ma nel senso che assume la sua legittimità solo quando il gruppo se ne appropria. Non esiste una demarcazione netta tra il produttore di cultura popolare e il consumatore; il confine è fluttuante perché nelle classi popolari chiunque può essere un narratore di favole, un cantore di stornelli, un ballerino di saltarello e contemporaneamente può essere uno spettatore delle performances altrui .
In questo senso il Folklore è simile alla Langue, realtà collettiva, super-individuale e modellizzante, mentre la letteratura colta è simile alla Parole, realtà individuale, modellizzata in un unicum irripetibile.
FONTI BIBLIOGRAFICHE
A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale, Torino, 1950, p. 218.
R. Jakobson, Le folklore, forme spécifique de création, in Questions de Poétique, Parigi, 1973, p. 71.
Ivi., p. 69.
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