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Una curiosa interpretazione di "Cenerentola"

Testo di Antonio De Gubernatis

L'aurora, prima ad apparire ogni giorno nel cielo orientale, e prima a conoscere lo spuntare del giorno, è naturalmente rappresentata come uno degli esseri più rapidi fra quelli ospitati dal Principe-Sole durante la notte; e al pari delle sue vacche, le quali non si coprono di polvere (e questo è un attributo che nella religione indiana distingue gli dei dai mortali, perché i primi camminano nel cielo, e i secondi sulla terra), ella non lascia orme dietro di sé, nella sua fuga verso l'alto.

La parola apad (pad e pada sono sinonimi) può invero significare non solo che l'Aurora non ha piedi, ma ch'essa non lascia impronte (né, di conseguenza, le misure del suo piede); o anche può voler dire "colei che non ha pantofole", poiché l'Aurora, a quanto sembra, le ha perdute. Infatti il principe Mitra, mentre sta seguendo la bella ragazza, trova una pantofola che dà la misura della sua orma, e quindi del suo piede: un piede così piccolo, quale non si riscontra in nessun'altra donna, un piede quasi introvabile, quasi impercettibile, che ci riporta al concetto di colei che non ha piedi.

La leggenda della pantofola perduta, e del Principe che andava in cerca del piede destinato a portarla, è l'episodio centrale della fiaba di Cenerentola, e mi sembra, basarsi completamente sul duplice significato della parola Apad, cioè "senza piedi", o senza la misura dei piedi, corrispondente all'orma o alla pantofola. Spesso, però, nella storia di Cenerentola, il Principe non riesce ad afferrare la fuggitiva, perché un cocchio la porta via… (I, 30)
Un fatto analogo, cioè un divorzio del marito dalla moglie, o una separazione del fratello dalla sorella, o la fuga di una sorella dal fratello, o ancora quella di un figlio dal padre, si presenta nel cielo due volte al giorno e ogni anno. D'altra parte, a volte è una strega, o il mostro delle tenebre notturne, a prendere il posto della sposa raggiante, o dell'Aurora, presso il Sole; e in tal caso l'Aurora, la bellissima sposa, viene scacciata fin dentro un bosco, per esservi uccisa, o viene gettata in mare; pericoli dai quali tuttavia si salva sempre. Talvolta la strega della notte getta insieme nelle onde del mare la madre e il figlio, il Sole e l'Aurora, che però si salvano ancora, per riapparire al mattino (I, 40).
L'Aurora spunta, tutto ciò che cade dalle sue corna porta bene… (I, 51).
L'Aurora, che possiede la perla, diviene colei ch'è ricca di perle, e lei stessa sorgente di perle; ma la perla, come abbiamo già visto, non è soltanto il sole, è anche la Luna. La Luna è amica dell'Aurora, la conforta ogni sera al momento della sua persecuzione; la colma di doni durante la notte, l'accompagna e la guida, e l'aiuta a trovare marito… (I, 55)
Così com'è infinita la genealogia degli dei e degli eroi, è anche infinito il numero delle forme che uno stesso mito può assumere, e dei nomi assunti dallo stesso eroe. Ogni giorno vede la nascita in cielo di un nuovo eroe e di un nuovo mostro, che si uccidono a vicenda, e poi rivivono sotto un aspetto più o meno glorioso, a seconda che i loro nomi siano più o meno fortunati. È per la stessa ragione che i figli riconoscono sempre i loro padri senza averli visti neppure una volta e senza averne mai sentito parlare: essi si riconoscono nei loro padri… (I, 105).
La ragazza ch'è stata sposa di un mostro, da cui fugge per seguire un innamorato giovane e bello, il quale, arrivando alla sponda di un fiume, la spoglia delle sue ricchezze, la lascia nuda e passa all'altra sponda, dopodiché ella si rassegna al suo destino e decide di tornare al suo mostruoso marito, rappresenta l'Aurora della sera, che fugge davanti al mostro della notte, per seguire il Sole suo amante, che al mattino, dopo essersi adornato del suo splendore, la lascia sulla riva dell'oscuro oceano e fugge; e quindi l'Aurora, giunta alla sera, è costretta a riunirsi al suo mostruoso marito. (I, 122)

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